Tireopatie di interesse chirurgico

Per tireopatia in campo medico, si intende una qualunque condizione, sia di natura benigna che maligna che interessa la tiroide. L’anomalia instaurata a livello tiroideo si ripercuote sulla secrezione ormonale specifica, pertanto a carico di tiroxina, triiodotironina e calcitonina.

I sintomi più evidenti sono:

  • Calo ponderale;
  • Affaticabilitá;
  • indebolimento;
  • iperattività;
  • irritabilità;
  • apatia;
  • depressione;
  • poliuria;
  • sudorazione;
  • pelle ingiallita.

Inoltre nei pazienti si possono presentare una varietà di sintomi come:

  • palpitazioni e aritmia (specialmente fibrillazione atriale);
  • dispnea;
  • infertilità;
  • calo del desiderio sessuale;
  • nausea;
  • vomito;
  • dissenteria.

Nella vecchiaia questi classici sintomi potrebbero non comparire e potrebbero presentarsi solo con l’affaticamento e la perdita di peso.

La diagnosi viene generalmente effettuata con esami ematici, ecografia, scintigrafia ed occasionalmente biopsia (FNAB).

La chirurgia (per rimuovere l’intera tiroide o una parte di essa) non è usata estensivamente perché la maggior parte delle forme delle alterazioni funzionali tiroidee viene gestita con terapia incruenta. I pazienti che non risentono di queste, optano per un intervento chirurgico. La procedura è relativamente sicura e prevede la rimozione di tutta o parte della ghiandola in relazione alla problematica in essere.

Linfoadenopatie

Le stazioni linfonodali nel nostro organismo sono stazioni preposte ad ostacolare elementi agenti infettivi o neoplastici che tentino di propagarsi in distretti distanti dalla zona di partenza.

Potremmo paragonare i pacchetti linfonodali a stazioni doganali che effettuano una stretta sorveglianza sugli elementi in transito.

Spesso questa attività è condotta con successo e la stazione diviene un forte baluardo di difesa; mentre occasionalmente, non riuscendo a espletare questa azione di “filtro”, essa viene superata con conseguenze rilevanti per l’intero sistema.

Usualmente i linfonodi non fanno percepire la loro presenza poiché il loro lavoro è svolto a livello microscopico in un contesto generalmente adiposo. Danno segno di sé quando fermano una cellula “inusuale” al loro interno e la etichettano come sospetta o nemica. In tale occasione si manifesta un ingrossamento dell’elemento linfonodo (linfoadenomegalia) più o meno associato ad un corteo sintomatologico algico locale.

Usualmente la comparsa di una linfoadenomegalia è fonte di motivate apprensioni poiché può essere la spia di una patologia maligna propria degli elementi stessi (linfoma) oppure di elementi tumorali disseminati dalla massa principale (metastasi).

Per quanto la clinica vari a seconda della patologia in atto sarebbe buona norma esporre allo specialista la valutazione del problema, in modo tale da non effettuare indagini superflue e dirigere la diagnostica rapidamente ad una conclusione.

Spesso a fronte di un adeguato inquadramento diagnostico, generalmente l’ecografia è sufficiente, risulta fondamentale la rimozione della formazione per avere un riscontro istopatologico che consenta di avere serenità in merito allo stato di salute o che indirizzi verso ulteriori trattamenti.

Ascessi

UBI PUS IBI EVACUA

(Galeno)

Galeno aveva notato che nel caso delle ferite infette la fuoruscita del pus (parola latina per “marciume”) si accompagnava ad un rapido miglioramento delle condizioni locali e generali e quindi alla guarigione. Lo aveva definito quindi «bonum et laudabile» e, coerentemente con la sua teoria umorale, lo aveva identificato con la materia peccans da eliminare: «ubi pus ibi evacua».

Un ascesso è una raccolta di essudato purulento che si forma all’interno di un tessuto per l’anomala penetrazione di agenti piogeni. È caratterizzato da un decorso rapido e doloroso, con tutte le caratteristiche dell’infiammazione: dolore, calore, arrossamento, tumefazione e limitazione funzionale della parte colpita.

È caratterizzato da una regione centrale necrotica ricca di leucociti neutrofili e cellule necrotiche del tessuto, intorno alla quale vi è una zona di neutrofili vitali. All’esterno, la proliferazione di fibroblasti e di cellule parenchimali, unitamente a una vasodilatazione periferica, indicano l’inizio dei processi riparativi con la costituzione della membrana piogenica.

La progressiva necrosi del tessuto determina l’aumento di volume dell’ascesso, che così facendo preme sui tessuti circostanti.

Gli esiti possono essere:

  • maturazione: ovvero lo svuotamento dell’ascesso verso l’esterno o verso una cavità; lo svuotamento può essere naturale o artificiale (indotto chirurgicamente).
  • flemmone: il pus si diffonde nei tessuti circostanti seguendo le linee di minor forza, cavità preformate, guaine…
  • fistola: soluzione di continuo a forma di canale che mette in comunicazione l’ascesso con l’esterno o altra cavità.
  • piemia: pus che penetra nel torrente sanguigno portando con sé residui di materiale necrotico e particelle di microrganismi patogeni.

Nel caso di mancato svuotamento dell’ascesso questo può, se di modesta entità, essere riassorbito con formazione di una cicatrice; se di entità maggiore non si può avere riassorbimento e si avrà la formazione di una cisti.

Il dovere del chirurgo è quello di evacuare la presenza di questo materiale purulento al fine di promuoverne la riparazione: ubi pus, ibi evacua (Galeno)

Si possono localizzare in qualsiasi parte dell’organismo con caratterizzazioni e scelte terapeutiche peculiari.

Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (IBD)

Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), in inglese inflammatory bowel disease da cui l’acronimo IBD, sono un gruppo di entità nosologiche caratterizzate dalla presenza di flogosi cronica in assenza di eziologia infettiva.

Le due più importanti del gruppo sono la malattia di Crohn e la rettocolite ulcerosa. Nei casi in cui non sia possibile distinguere tra malattia di Crohn e rettocolite ulcerosa, per sovrapposizione di peculiarità cliniche dell’una e dell’altra, si parla di colite indeterminata.

Altre, non sempre classificate tra le malattie infiammatorie croniche intestinali proprie, sono la colite microscopica, che comprende la colite collagenosica e la colite linfocitica, la colite ischemica, la colite da diversione e la sindrome di Behçet.

Morbo di Crohn

Il morbo di Crohn è una malattia infiammatoria cronica dell’intestino che interessa il tratto digerente dalla bocca all’ano, coinvolgendo le pareti viscerali a tutto spessore e provocando numerosi sintomi che principalmente si manifestano con dolore addominale, diarrea malassorbitiva (talvolta con presenza di sangue), eruzioni cutanee, artrite, calo ponderale ingiustificato e profonda astenia.

Ad oggi non si conosce la causa che genera la malattia di Crohn; numerose sono le ipotesi sulla sua eziopatogenesi ma non si ha una determinazione certa dei fattori predisponenti e/o delle cause scatenanti.

Non esiste una terapia risolutiva ma solo un approccio che favorisce il controllo dei sintomi, mantiene lo stato di remissione e previene da potenziali ricadute.

Il ruolo della chirurgia è limitato al trattamento delle complicazioni resistenti alla terapia medica.

Potendo interessare tutto il tratto digerente si usa suddividerne la nomenclatura in base alla localizzazione:

  • Ileite di Crohn, ove sia interessato esclusivamente l’intestino tenue
  • Ileo-colite di Crohn se oltre all’interessamento del tenue si ha il coinvolgimento del colon
  • Colite di Crohn, quando l’intestino coinvolto è il crasso
  • Malattia paranale di Crohn, per le problematiche che interessano il settore ano-rettale

Un’ulteriore classificazione della malattia segue i criteri di Vienna mod. Montreal, che prendono in esame il suo comportamento, si hanno così:

  • Malattia stenosante, ossia quando si verificano delle stenosi o restringimenti lungo il tratto considerato
  • Malattia perforante, quando si generano delle fistole tra visceri
  • Malattia infiammatoria, ossia quando nessuna delle complicazioni sopradescritti si manifesta ma rimane come ultimo dato la flogosi

La classificazione finale del paziente si attua su un criterio anagrafico, anatomico e patologico; nella tabella che segue la lettera A (age) identifica l’età della diagnosi, la L (location) la localizzazione mentre la B (behaviour) il comportamento.

A1             Età < 16 aa
A2 Età compresa tra i 17 ed i 40 anni
A3 Età > 40 aa
L1 Ileo-terminale
L2 Colon
L3 Ileo e colon
L4 Tratti digerenti superiori
B1 Non stenosante – non perforante
B2 Stenosante
B3 Perforante
p Malattia paranale di Crohn (modificatore aggiunto)

Numerosi sono i sintomi con cui si manifesta (generalmente esordisce nella fascia di età 15-30 anni ma non ha limiti): dolori addominali, diarrea da malassorbimento talvolta associata a componente ematica (se ileale si hanno grandi volumi di feci acquose, mentre la forma colica si presenta con numerose scariche di entità più limitata), flatulenza, gonfiore. Nelle forme stenosanti si associano e si manifestano in maniera piuttosto celere i segni di occlusione con vomito enterico e nausea.

Disagi nella zona perianale, come prurito o dolore intorno all’ano possono suggerire infiammazione, fistolizzazione o il formarsi di un ascesso locale.

All’estremità opposta del tratto gastrointestinale, la bocca, può essere colpita da piaghe che non guariscono (ulcere aftose).

Raramente l’esofago e lo stomaco possono essere coinvolti nella malattia. Se colpiti, questi possono causare sintomi quali difficoltà a deglutire (disfagia), dolore addominale superiore e vomito.

La malattia ha anche manifestazioni sistemiche quali riduzione della crescita, calo ponderale, l’infiammazione della parte interna dell’uvea con conseguenti dolore e fotofobia, l’infiammazione della sclera (episclerite), la spondiloartropatia sieronegativa, l’eritema nodoso, la trombosi venosa profonda, l’anemia emolitica autoimmune, il clubbing, l’osteoporosi.

Può anche causare complicanze neurologiche (come riportato nel 15% dei pazienti). Le più comuni sono convulsioni, ictus, miopatia, neuropatia periferica, cefalea e depressione.

Gli affetti dalla malattia possono, inoltre, soffrire di cheilite granulomatosa e altre forme di granulomatosi oro-facciale.

È come si vede una malattia estremamente complessa ed articolata che a volte merita iter diagnostici accurati talvolta ripetuti nel tempo. La gestione a lungo termine viene affidata ai gastroenterologi ed il chirurgo interviene solamente nella gestione delle complicanze quali la stenosi occludente o sub-occludente, i tramiti fistolosi in tutte le loro varianti, i quadri emorragici,…

La colite ulcerosa

La rettocolite ulcerosa è una malattia infiammatoria cronica intestinale che coinvolge selettivamente la mucosa del retto e/o del colon, nella maggioranza dei casi la parte discendente per poi risalire sino ad interessare l’intero colon ed in qualche caso l’ileo terminale.

La malattia esordisce di solito con una serie di attacchi di diarrea e coliche addominali, associate a presenza di sangue nelle feci, che variano per intensità e durata e che possono intervallarsi a periodi asintomatici. Gli attacchi possono essere acuti e violenti, accompagnati da febbre o con vere e proprie emorragie. Più comunemente iniziano in maniera insidiosa, con tenesmo rettale e dolori crampiformi alla parte bassa dell’addome, seguiti da emissione di sangue e muco con le feci.

Nelle forme caratterizzate da un interessamento esteso della mucosa intestinale, può esservi perdita di peso, febbre, tachicardia, aumento della velocità di eritrosedimentazione, fino a fenomeni di disidratazione, anemia, ipoalbuminemia, ipokaliemia.

Tra le manifestazioni extraintestinali della rettocolite, può esserci l’artrite periferica, la spondilite anchilosante, l’uveite, l’eritema nodoso e, nei bambini, un ritardo dello sviluppo fisico e talvolta anche psichico, dovuti al mancato assorbimento delle sostanze necessarie al regolare accrescimento.

Anch’essa è stata classificata e si utilizzano comunemente i criteri di Montreal che considerano l’estensione e la severità:

 

E1       Procriteri ulcerativa                  Malattia limitata al retto
E2 RCU distale Malattia localizzata al colon sinistro
E3 Pancolite Colite estesa a tutto il colon
S0 Remissione clinica Asintomatica
S1 RCU leggera Massimo 4 evacuazioni/die (con o senza sangue), assenza di malattia sistemica ed indici di flogosi nella norma
S2 RCU moderata Più di 4 evacuazioni/die con qualche segno di tossicità sistemica
S3 RCU grave Più di 6 evacuazioni sanguinolente al giorno, febbricola, tachicardia, anemizzazione ed incremento degli indici di flogosi 

 

La malattia viene sottoposta generalmente a terapia medica che serve a controllarne il comportamento ma molto spesso giunge all’intervento chirurgico per persistenza dei sintomi (terapia medica inefficace), dipendenza o complicazioni da steroidi (gonfiori, edemi, osteoporosi), resistenza agli steroidi, displasia confermata, emorragia, perforazione, megacolon tossico, colite severa.

L’intervento prevede la rimozione di tutto il colon e l’anastomosi dell’ileo all’ano dopo aver demucosato il canale anale e confezionato un reservoir ileale a forma di J. A volte é consigliabile confezionare una stomia temporanea di protezione all’anastomosi.

Diverticolosi colica, malattia diverticolare e diverticolite

É una condizione medica caratterizzata dalla presenza di diverticoli nel colon, che sono estroflessioni della mucosa e della sottomucosa del colon attraverso zone di relativa debolezza dello strato muscolare nella parete del viscere. I diverticoli sono decisamente più comuni nel sigma, che è un tratto dell’intestino caratterizzato da una maggiore pressione, fattore facilitante la formazione del diverticolo. Sono rari prima dei 40 anni, ed aumentano di incidenza dopo quell’età.

Epidemiologia

La diverticolosi è più comune nei paesi occidentali con una prevalenza del 5% della popolazione di età compresa tra 30-39 anni e il 60% nella parte della popolazione > 80 anni.

Segni e sintomi

Il sintomo caratteristico e di presentazione più comune della diverticolosi è il dolore addominale. Questo dolore può essere di tipo crampiforme oppure diffuso e mal definito. In alcuni casi appare fin dall’esordio localizzato in fossa iliaca sinistra ed acuto.

La maggior parte delle persone che si presentano al medico con diverticolosi del colon sono già a conoscenza del loro problema e dei cambiamenti insorti gradualmente nelle loro abitudini intestinali. La maggior parte dei pazienti lamenta dolore ai quadranti inferiori dell’addome: talvolta questo sintomo si associa a stitichezza. In caso di contemporanea presenza di febbre e brividi è bene pensare alla possibilità di una diverticolite.

Le forme cliniche di diverticolosi del colon sono:

Diverticolosi sintomatica del colon 

Si tratta della complicanza più comune della diverticolosi del colon. Si accompagna ad una motilità intestinale (cioè alla natura propulsiva in avanti delle contrazioni muscolari) disorganizzata. Si riflette spesso in spasmo muscolare e si traduce in dolore nei quadranti addominali inferiori, tendenzialmente a sinistra. Talvolta si accompagnata alla evacuazione di piccole quantità di feci dure (fecalomi) e muco. Queste evacuazioni alleviano il dolore.

I sintomi possono consistere in (1) gonfiore e senso di ripienezza addominale, (2) dolore e modificazioni nelle abitudini intestinali (diarrea o stipsi), (3) senso persistente di disagio non meglio specificato nei quadranti addominali inferiori (a sinistra con maggiore frequenza che a destra), con occasionali episodi di dolore acuto, a fitta, (4) dolore addominale, spesso in basso ed a sinistra, associato o poco dopo i pasti. Se questi sintomi persistono è consigliato eseguire approfondimenti diagnostici.

Diverticolosi del colon complicata

Questo evento è piuttosto raro ma molto pericoloso. I diverticoli possono sanguinare, sia rapidamente (causando emorragie attraverso il retto) sia lentamente (con conseguente anemia). Possono infettarsi ed evolvere in ascessi, oppure anche perforare. Quando il quadro clinico evolve verso l’infezione dei diverticoli e lo sviluppo di ascessi è corretto parlare di diverticolite.

Raramente si assiste al coinvolgimento della vescica nel processo infiammatorio.

Fattori di rischio

Aumento dell’età

Stipsi

Dieta a scarso consumo di fibre alimentari

Elevato consumo di carne e carni rosse

Disturbi del tessuto connettivo (ad esempio la sindrome di Marfan) che possono causare debolezza della parete del colon

Ereditarietà o predisposizione genetica

Diagnosi

In caso di diverticolosi asintomatica, la diagnosi è un reperto accidentale solitamente riscontrato nel corso di altre indagini. Una buona anamnesi è spesso sufficiente per condurre alla corretta diagnosi di diverticolosi o diverticolite. Tuttavia è importante che la diagnosi sia confermata mediante tecniche radiologiche oppure endoscopiche in maniera tale da escludere altre patologie (in particolare il cancro del colon-retto) ed eventuali complicanze.

Gestione

Molti pazienti con diverticolosi hanno un minimo disagio o sono asintomatici, pertanto non richiedono alcun trattamento specifico. Una dieta con un alto contenuto di fibre od una integrazione di fibre non assorbibili sono consigliabili al fine di prevenire la stitichezza.

Le complicanze della diverticolosi vanno trattate: sono spesso raggruppati sotto la singola diagnosi di diverticolite e richiedono cure mediche specialistiche sia per il sanguinamento, sia dell’infezione, sia della perforazione.

Queste complicanze spesso richiedono un intenso trattamento antibiotico, fluidi per via endovenosa e talvolta il ricorso all’intervento chirurgico: una resezione del tratto di colon interessato con approccio tradizionale o laparoscopico; in taluni casi si rende necessaria una stomia temporanea.

Dal momento che la diverticolosi si verifica in una popolazione più anziana, tali complicanze sono spesso eventi decisamente gravi.

Complicazioni

L’infezione di un diverticolo può causare diverticolite. Questo evento si verifica in circa il 10%-25% delle persone con diverticolosi. In circa il 15% dei pazienti con diverticoli si può manifestare un sanguinamento. Nella gran parte dei pazienti il sanguinamento si arresta spontaneamente e non tende a ripresentarsi. La perforazione è un evento che si presenta con una frequenza inferiore. Altre complicanze possibili sono l’ostruzione intestinale (la stipsi o la diarrea non escludono questa possibilità), la peritonite, la formazione di ascessi, la fibrosi retroperitoneale, la sepsi e la formazione di fistole. Raramente si possono formare dei coproliti.

Una dieta a basso contenuto di fibre ed alto contenuto di grassi, la stipsi e l’uso di lassativi irritanti e stimolanti la mucosa intestinale aumenta il rischio di sanguinamento. Anche una storia di diverticolite aumenta la possibilità di sanguinamento.

Calcolosi della colecisti e delle vie biliari

La colelitiasi o calcolosi biliare è una malattia consistente nella presenza di calcoli nella cistifellea o colecisti.

Il 75-80% dei calcoli della colecisti hanno il colesterolo come componente base (“calcoli colesterinici”); solo nel 20% dei casi i calcoli contengono colesterolo per meno di un terzo e sono formati prevalentemente da carbonati e fosfati di calcio (“calcoli pigmentari”).

Generalmente le formazioni calcolotiche rimangono all’interno della colecisti ma in alcuni casi si ravvisano migrazioni dei calcoli all’interno della via biliare (VB) generando quadri clinici nettamente più gravi con comparsa di ristagno di materiale biliare all’interno dell’organismo e riassorbimento dello stesso. Altrettanto queste formazioni possono raggiungere il pancreas alimentando forme pancreatitiche di severità variabile ma comunque sempre da tenere strettamente sorvegliate.

Manifestazioni cliniche

Forme asintomatiche. Nell’80% dei casi la semplice colelitiasi è asintomatica e tale può rimanere per diversi anni (spesso la diagnosi è occasionale durante un’ecografia dell’addome eseguita per altri motivi).

Forme paucisintomatiche. Si caratterizzano per la comparsa di dispepsia post prandiale associata a lieve dolenzia in ipocondrio destro, eruttazioni frequenti, nausea e più raramente vomito.

Forme francamente sintomatiche. Si manifestano con il tipico quadro della colica biliare.

Fattori di rischio

La colelitiasi è detta, in inglese, malattia delle quattro F: Female, Fatty, Fertile, Fourty. Sono le donne in età fertile (intorno ai 40 anni), sovrappeso ad essere più a rischio. Altri fattori che aumentano la probabilità di sviluppo della patologia sono: ipertensione, dislipidemia, diabete, terapia con estrogeni e fibrosi cistica.

Complicanze

Se il calcolo è piccolo può andare frequentemente a migrare ed incunearsi nel coledoco oppure incastrarsi a livello della papilla del Vater causando ittero ostruttivo e pancreatite. Altra complicanza frequente è la colecistite sono l’idrope (distensione della stessa per la presenza di trasudato), l’empiema (sovrainfezione dell’idrope), la perforazione della colecisti con conseguente coleperitoneo; ileo biliare, carcinoma della colecisti.

Diagnosi

L’esame di prima scelta per la colelitiasi è l’ecografia dell’addome; solo in casi particolari si ritiene opportuno un approfondimento diagnostico mediante colangio-RM.

Terapia

La terapia, salvo rari casi in cui sia indicato il trattamento litolitico, è chirurgica e l’intervento consiste nella rimozione della colecisti (oggi fatto prevalentemente per via laparoscopica).

In caso di coesistenza di coledocolitiasi è necessaria l’esplorazione della via biliare mediante ERCP (simultanea o in due tempi) oppure chirurgica.

Neoplasie del colon-retto

Con il termine neoplasia si intende la comparsa di una crescita di tessuto anomalo (variamente indifferenziato) nel contesto di un organo anatomicamente definito. Le forme intestinali sono relativamente frequenti e si ha una netta prevalenza a carico del grosso intestino, quelle del piccolo intestino sono tanto rare da considerarle casi eccezionali. Nel corso del tempo gli studiosi hanno cercato di comprendere quale fosse la motivazione per cui la distribuzione demografica vedesse picchi di incidenza in particolari contesti e si è giunti a definire una serie di esposizioni dannoso nella vita quotidiana, in particolare:

Alimentazione ad elevato tenore di lipidi
Stipsi
Alimentazione iper calorica
Limitazione del movimento
Contatto, specialmente prolungato, con alcune sostanze chimiche

Questi sono importanti ma non escludono i fattori ereditari che mostrano una stringere correlazione. La neoplasia intestinale, sviluppandosi in una cavità di ampie dimensioni quale l’addome, non evoca subito un quadro sintomatologico specifico; salvo eccezioni i pazienti si rivolgono al medico quando la malattia è già instaurata. Uno dei sintomi più allarmanti è la percezione di tracce ematiche nelle feci ma un ruolo parimenti importante lo possono avere il calo ponderale ingiustificato, l’alterazione alvina in senso stitico, diarroico od alterno (cicli stipsi/diarrea). Esistono oggi vari sistemi di screening disponibili in commercio che hanno permesso una diagnostica precoce con una netta riduzione dei casi intrattabili chirurgicamente; quelli che, ad oggi, mostrano un buon riscontro sono il test del sangue occulto fecale (FOBT) come anche la colonscopia se si presentano caratteristiche anamnestico-cliniche che lo richiedano. Una volta giunti alla diagnosi di neoplasia intestinale si deve ricorrere alla rimozione chirurgica che prevede l’asportazione del tratto intestinale interessato dalla malattia, l’asportazione dei linfonodi del meso corrispondente e la linfadenectomia loco-regionale non tanto per “inseguire” potenziali cellule sfuggite al controllo, quanto per fornire all’oncologo elementi sufficienti a condurre la sua fase è strategia terapeutica. Oggi l’affinamento di tecniche sempre più rispettose e l’impiego di presidi di ultima generazione consente di minimizzare il ricorso a stomie, transitorie o permanenti.

Obesità

Il problema obesità è uno dei più diffusi oggigiorno e la si potrebbe etichettare come una malattia o piuttosto la normale conseguenza del benessere. Nel corso degli anni si è notato un progressivo incremento di incidenza con estensione della fascia d’età dapprima al l’adolescenza e successivamente all’infanzia.
Nell’ambito di queste si riconosce una piccola percentuale di soggetti affetti da endocrinopatie ma la stragrande maggioranza dei pazienti assume un apporto calorico ben superiore alle effettive esigenze della persona. In tal senso si vengono a distinguere gli overeater (coloro che introducono grandi volumi di cibo) e gli sweeteater (gli amanti degli alimenti dolci).
Questa come altre categorizzazioni del paziente obeso non hanno solamente un fine descrittivo in quanto l’integrazione di questi aspetti con l’esame dei costumi alimentari della persona, i parametri laboratoristici, le valutazioni multidisciplinari preoperatorie e considerazioni strettamente tecniche determinano la scelta chirurgica.

Le tecniche a disposizione oggi si suole distingule in tre categorie:
Restrittivi
Malassorbitivi
Misti

I primi giocano sulla restrizione della tasca gastrica mediante approcci più o meno demolitivi; i secondi riducono la superficie intestinale preposta all’assorbimento del contenuto intesinale; gli ultimi, oggi molto apprezzati, sfruttano una combinazione dei primi due. Personalmente prediligo questa terza categoria perché a mio avviso consentono un calo ponderale costante senza gravi dispersioni da malassorbimento, inoltre, la restrizione della tasca gastrica attua una sorta di “educazione” o “moderazione” della tendenza all’iperfagia.
Pur essendo procedure di chirurgia generale addominale presentano un rischio di complicazioni accentuato e la causa di ciò deve essere ricercata nella presenza di comorbidità di rilievo quali la
sindrome metabolica, la limitazione funzionale della funzione diaframmatica,… Essendo una procedura gravata da tale rischio lo studio preoperatorio deve essere condotto in maniera estremamente approfondita.